In depth · 31.08.2026

Il Danubio in secca e il conto dell'energia

Ad agosto 2026 la siccità del Danubio ha fermato un reattore a Cernavodă e costretto l'Ungheria a costruire una diga sommersa nel fiume per riaccendere Paks. Due sistemi elettrici nazionali distinti, messi sotto pressione dalla stessa variabile climatica.

Il Danubio in secca e il conto dell'energia

Ad agosto 2026 la variabile che ha pesato di più sui costi industriali dell'Europa centro-orientale non è arrivata dai mercati, ma dal livello di un fiume. La siccità che ha ridotto la portata del Danubio ha colpito le centrali che dal fiume prendono l'acqua di raffreddamento, mettendo due Paesi della rete davanti allo stesso problema con esiti opposti.

In Romania la centrale nucleare di Cernavodă ha spento un primo reattore alla fine di luglio; l'11 agosto il calo continuo del livello del fiume ha reso probabile la chiusura di un secondo reattore nel giro di quarantotto ore, perché l'acqua disponibile non garantiva più il funzionamento sicuro delle pompe di raffreddamento.

In Ungheria la risposta è stata infrastrutturale. Dopo un abbassamento record, che aveva costretto allo spegnimento parziale degli impianti, è stata costruita nel fiume una diga sommersa — migliaia di tonnellate di pietra versate in alveo — per rialzare la quota d'acqua davanti alle prese. I lavori sono andati più rapidamente del previsto e il 24 agosto tre dei quattro reattori di Paks erano di nuovo in funzione. Non è un dettaglio tecnico: Paks assicura quasi metà del fabbisogno elettrico ungherese, e nelle settimane critiche il Paese ha importato elettricità dai vicini a prezzi elevati. «Il rischio di una crisi energetica non esiste più», ha dichiarato il primo ministro Péter Magyar.

Il meccanismo merita attenzione. Cernavodă e Paks distano centinaia di chilometri e appartengono a due sistemi elettrici nazionali distinti, ma prendono l'acqua di raffreddamento dallo stesso fiume: è bastata una sola variabile climatica per mettere sotto pressione due reti elettriche in contemporanea. È una correlazione che nessuna delle due reti vede guardando solo il proprio sistema.

Il quadro d'insieme resta di attenzione. Il 7 agosto le scorte di gas risultavano al 76,55% in Italia contro il 58% della media europea; il giorno seguente un drone proveniente dalla Romania è esploso nei pressi di un gasdotto bulgaro, a ricordare che alla vulnerabilità climatica si somma quella geopolitica.

Per le imprese italiane attive nell'area il messaggio di questa estate è che la sicurezza energetica non si gioca soltanto sui contratti di fornitura, ma sulle infrastrutture fisiche e sulla loro capacità di reggere condizioni che fino a pochi anni fa erano considerate eccezionali. Chi produce nella regione farà bene a mettere il rischio idrico accanto al rischio prezzo nella propria pianificazione industriale.